ESSERE SELVATICI

ESSERE SELVATICI

ESSERE SELVATICI

Lontano, lontano nella parte oscura della nostra anima, il cavallo scalpita…

(D.H. Lawrence)

Introduzione

In ognuno di noi vive, accanto alla parte superficiale, la cosiddetta parte civilizzata, anche la parte “selvatica”: quella parte che non è mai stata addomesticata, che non si è mai sottomessa al linguaggio, ma che è ancora parte integrante della vita animale, della vita naturale, della NOSTRA vita.

Gli Indiani d’America chiamavano questa parte il “totem”. Quella parte selvaggia di noi, antica e indomita, è associata a un animale che diventa la guida nei momenti di bisogno.

Se ci prendiamo il tempo di ascoltare questa parte antica dentro di noi, questo “animale” verrà a noi nei sogni, in indizi segreti, in momenti non sorvegliati, nelle intuizioni, per mostrare il suo volto, la sua energia, la sua personalità.

Quella personalità, quel totem, è spesso represso nella nostra vita quotidiana “civilizzata”, ma una volta che impariamo a percepirlo e a fidarci di lui, ci rivelerà cose su noi stessi che la personalità superficiale non conosce e nemmeno immagina.

Anche se questo totem non è “fisico”, vive soprattutto nel petto, nel chakra del cuore. Per questo l’Indiano d’America dice: “Guardiamo il mondo non con i nostri due occhi, ma con l’unico occhio che è il cuore”.

La maggior parte delle persone passerà l’intera vita senza essere consapevole e conoscere quella parte selvaggia, quel totem, a livello cosciente; anche se a livello inconscio esso è molto presente nella nostra vita quotidiana ma, essendo in qualche modo represso o ignorato, può anche creare caos.

Questo totem, questa guida spirituale, questo “animale”, non è qualcosa di diverso da noi. È noi, al nostro livello più profondo, più vero e unico. È la nostra essenza, la parte originaria, selvaggia, non civilizzata e indomita. La cosiddetta parte civilizzata è la parte che acquisiamo durante la vita attraverso un processo di “addomesticamento” da parte della società, ma non è il nostro vero sé: è la “persona” che presentiamo al mondo.

Intraprendere un viaggio alla scoperta di questa parte selvaggia, questa parte vera, intatta e primordiale di noi, non è solo una gioia, ma è anche la nostra salvezza dall’uso eccessivo del cervello, dal linguaggio, dal fantasticare sulla vita. Ed è, alla fine, anche la salvezza della nostra casa, il Pianeta Terra.

Il seguente articolo si basa su una serie di intervisizioni che ho condotto in diverse parti degli Stati Uniti. La verità non cambia la sua essenza, cambia solo il suo volto.

Riscoprire la nostra selvatichezza

Creiamo sistemi che cercano di spiegare qualcosa che, fondamentalmente, è inspiegabile: la vita, l’universo. Come esseri umani dobbiamo vivere in questo mondo, dobbiamo funzionare in questo mondo. Per questo dobbiamo creare un certo ordine, una certa struttura, in cui tutti conoscano le “regole”.

Queste “regole” variano da paese a paese, da cultura a cultura, da lingua a lingua, da società religiosa a società religiosa. Ci vengono inculcate talmente tanto fin dall’infanzia, facendo il lavaggio del cervello al bambino dalla nascita in poi, “addomesticandolo”, che dimentichiamo completamente che queste “regole” sono del tutto arbitrarie, create dall’uomo, e non hanno nulla a che vedere con ciò che è “là fuori”.

C’è una storia famosa di uno scienziato che incontra un Indiano d’America e discute della terra. Secondo lo scienziato la terra era una sfera che ruotava attorno al sole nello spazio. L’Indiano ne rimase sconvolto dall’ignoranza. Così lo scienziato gli chiese cosa pensasse fosse la terra e “dove” si trovasse. L’Indiano rispose che chiunque avesse buon senso sapeva che la terra poggiava sul dorso di una tartaruga gigante (da qui il nome dell’America: l’isola tartaruga). Allora lo scienziato chiese, credendo di essere furbo, su cosa poggiasse la tartaruga. L’Indiano rispose: su un’altra tartaruga. A quel punto lo scienziato domandò su cosa poggiasse la seconda tartaruga. L’Indiano scosse la testa incredulo e disse: “Fratello, sono tartarughe fino al fondo”.

Chi ha ragione? Personalmente direi: nessuno dei due.

Il bambino alla nascita è “selvaggio”: non conosce il linguaggio, le regole, la struttura. Il suo cervello e il suo cuore sono intatti, non corrotti. Il mondo in cui viene catapultato alla nascita è il grande Sconosciuto.

La parola “corrotto” viene dal latino corrumpere, che significa rovinare, distruggere, cambiare in peggio. Interessante.

Sembra il “buon selvaggio” di Rousseau. La sua teoria sosteneva che l’essere umano fosse originariamente un “animale buono e pacifico”, e che solo dopo diventasse corrotto dalla società e dal progresso, trasformandosi in malvagio, aggressivo e pieno di malizia.

Fin dalla nascita l’ambiente, i genitori, la scuola, la società cominciano a prendere questo “buon selvaggio” e a plasmarlo, modellando questa argilla grezza affinché si conformi alla struttura e al linguaggio della parte del mondo in cui è nato. E gradualmente quella parte “selvaggia”, il buon selvaggio, si ritira, ma non scompare. Si nasconde, intimidita dall’ampiezza della “corruzione” della società.

Il bambino impara che il mondo è fatto così o cosà, sistemi solari o tartarughe, e deve accettarlo perché non ha nulla con cui confutare nessuna delle due teorie. La parte selvaggia, il totem, può sussurrare: “Stai attento, non essere ingenuo”, ma il rumore che circonda il bambino è assordante e lo costringe ad accettare la descrizione che gli viene data.

Il prezzo che accompagna le parole che il bambino impara, che descrivono e definiscono il suo mondo, è la perdita dell’osservazione, dell’innocenza, del “vedere”.

Ancora una volta il latino ci viene in aiuto: la parola “innocenza” viene da innocentia: assenza di danno; da innocens: che non danneggia; da nocere: ferire, nuocere.

Diciamo che guardo un albero. Ci sono due modi di guardare. Uno è guardare, l’altro è vedere. Sono due cose completamente diverse.

Guardando un albero, io danneggio l’albero.

Perché?

Perché “so” cosa è, lo “riconosco”. Ho visto milioni di alberi in passato, so riconoscerne uno quando lo vedo.

Riconoscendo l’albero – dal latino recognoscere: conoscere di nuovo – in realtà non vedo l’albero reale e presente davanti a me, perché sono impegnato a pescare nella mia memoria tutti gli alberi già visti, a nominarlo “albero”, a decidere se mi piace o non mi piace.

Così il povero albero rimane da solo, con tutta la sua gloria, senza un osservatore, mentre io lo nomino e lo confronto con altri alberi che ho visto in passato.

Facciamo lo stesso con le persone, con tutto. Non vediamo mai la persona per ciò che è in QUESTO MOMENTO. Vediamo solo la memoria di quella persona, le idee accumulate su di essa, la simpatia o antipatia, l’amico o il nemico.

Panta Rhei, in antico greco, significa “tutto scorre”. Il termine è parte della filosofia di Eraclito, filosofo greco del VI secolo a.C. Disse: “Nessun uomo entra mai due volte nello stesso fiume, perché non è lo stesso fiume e non è lo stesso uomo”. Noi e tutto il resto siamo in moto costante.

Questo significa che non possiamo mai avere la stessa esperienza due volte, poiché tutto è soggetto a mutazione continua e implacabile, cambiando, scorrendo, scorrendo, all’infinito…

Cosa c’entra con l’albero? L’albero davanti a me NON L’HO MAI VISTO prima nella mia vita. Impossibile. L’albero, da millisecondo a millisecondo, cambia: una foglia si muove, un ramo si sposta, NULLA RESTA UGUALE: panta rhei. Ma pensando, nominando, ricordando, io NON “VEDO” l’albero per ciò che è ora, mentre si dispiega…

Questo è ciò che chiamiamo “guardare”. Guardare è “uccidere” l’albero con le nostre memorie, idee, simpatie e antipatie.

Un altro modo è “vedere”.

Carlos Castaneda ha passato anni a imparare a “vedere”, e non semplicemente a guardare le cose.

E dall’altro lato del mondo abbiamo Suzuki, che esortava i suoi studenti ad avere “mente zen – mente del principiante”.

La mente del principiante è la mente che non ha mai visto l’oggetto che ha davanti. È l’occhio del bon sauvage, non contaminato o “corrotto” dall’educazione e dalla società, libero da memoria e giudizio.

“Vedere” è quando guardi qualcosa e NON LO RICONOSCI, non lo confronti con qualcosa già visto. Questo non significa avere la mente vuota. Al contrario, la mente è estremamente viva, attenta, totalmente presente, ma senza rovinare ciò che vede, senza confrontarlo, senza corromperlo.

La mia storia buddhista preferita è quella in cui un giorno il Buddha doveva tenere un discorso. Centinaia di persone erano arrivate da ogni dove. Prima di iniziare a parlare, un piccolo uccello si posò su un ramo sopra la sua testa e cominciò a cantare con tutto il suo cuore. Il Buddha ascoltò attentamente, rapito dal suono. Infine l’uccello volò via. Il Buddha si alzò, raccolse la sua ciotola delle elemosine e disse: “Beh, amici, il sermone di oggi è finito”. E se ne andò.

Durante il lockdown, quando ero agli “arresti domiciliari” a causa della mia età (78 anni), quando non mi era permesso uscire senza rischiare una multa salata, trascorsi molto tempo seduta in giardino su una vecchia sedia, guardando gli alberi, gli animali, ascoltando gli uccelli sugli alberi.

Nessun pensiero, nessun sentimento: solo la vita che scorreva davanti a me nel suo infinito e incessante panta rhei, nessuna barriera tra l’osservatore (me) e questo flusso senza fine, questo cambiamento, questa vita nel suo viaggio verso cosa, dove, quando? Non lo sapevo.

In cammino verso nessun-luogo, nessun-tempo, nessun-perché… la selvatichezza dentro di me si univa alla selvatichezza fuori di me.

“Lontano, lontano nella parte oscura della nostra anima, il cavallo scalpita…”

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